Guida
DOCG, DOC e IGT: che differenza c’è
Tre sigle italiane, due categorie europee. Cosa garantisce ciascuna, come si sale da un gradino all’altro e cosa significano le menzioni Classico, Riserva e Superiore.
La piramide in breve
I vini con un’indicazione geografica appartengono a due categorie europee: DOP, denominazione di origine protetta, e IGP, indicazione geografica protetta. In Italia le DOP si dividono in DOCG e DOC, mentre le IGP si chiamano IGT. Le sigle italiane sono menzioni tradizionali: in etichetta possono comparire da sole oppure insieme a DOP e IGP.
Alla base ci sono i vini senza indicazione geografica, venduti semplicemente come “vino”. Oggi gli elenchi ufficiali contano 79 DOCG, 332 DOC e 111 IGT: le trovi tutte nell’elenco completo delle denominazioni.
IGT: il territorio ampio
Una IGT copre di solito un’area vasta: una regione intera, alcune province, a volte un territorio che attraversa più regioni. Almeno l’85% delle uve deve venire dalla zona indicata. Il disciplinare ammette in genere molti vitigni e lascia ampia libertà nelle tecniche di cantina.
Proprio questa libertà ha reso l’IGT la casa di vini che non rientravano nelle regole delle DOC del loro territorio, per esempio perché usavano vitigni internazionali o tagli diversi da quelli tradizionali. Un esempio molto diffuso è il Toscana. Vedi tutte le IGT italiane.
DOC: una zona delimitata e regole precise
Una DOC nasce da una zona più piccola e definita. Tutte le uve devono provenire da lì e il disciplinare fissa vitigni e percentuali, resa massima per ettaro, grado alcolico minimo, tipologie ammesse ed eventuali tempi di affinamento.
Prima di essere venduta con la denominazione, ogni partita di vino DOC o DOCG passa un’analisi chimico-fisica e un esame organolettico da parte di una commissione di degustazione. Per legge una DOC può essere riconosciuta solo in una zona che è già IGT da almeno cinque anni. Vedi tutte le DOC italiane.
DOCG: il gradino più alto
La DOCG è riservata ai vini che sono già DOC da almeno sette anni e che hanno particolare pregio e notorietà. Il suo disciplinare deve essere più severo di quello della DOC da cui proviene.
Il segno più visibile è il contrassegno di Stato, la fascetta numerata applicata sul collo della bottiglia: per le DOCG è obbligatorio e permette di seguire ogni bottiglia. Per le DOC può essere adottato, ma non è obbligatorio. Vedi tutte le DOCG italiane.
Le menzioni da conoscere
- Classico: indica la zona di origine più antica di una denominazione, come nel Chianti Classico. Per gli spumanti la parola usata è “storico”.
- Riserva: un invecchiamento minimo fissato dalla legge, di due anni per i rossi, un anno per i bianchi e per gli spumanti fatti in autoclave, tre anni per gli spumanti rifermentati in bottiglia. Molti disciplinari chiedono di più.
- Superiore: regole più restrittive della versione base, con una resa per ettaro più bassa di almeno il 10% e un grado alcolico minimo più alto di almeno mezzo grado.
- Vigna: il vino viene da un singolo vigneto con un nome, vinificato a parte e iscritto in un elenco tenuto dalla regione. È ammessa solo per i vini DOC e DOCG.
- Sottozona: una parte della zona di produzione con caratteristiche proprie e regole più severe, prevista dal disciplinare. Anche le sottozone esistono solo per DOC e DOCG.
Un errore frequente
DOCG non vuol dire automaticamente “migliore”. La sigla dice che le regole sono più strette e i controlli più fitti, non che ogni bottiglia valga più di un’ottima DOC o IGT. Agli esami, poi, attenzione ai nomi: il nome di una denominazione spesso è un luogo e non un vitigno. Lo spiega bene la guida su come leggere l’etichetta del vino.
Fonti: Legge 12 dicembre 2016, n. 238 (Testo unico della vite e del vino), artt. 28, 29, 31 e 33; Regolamento (UE) n. 1308/2013, art. 93. Sintesi a scopo di studio, aggiornata a ottobre 2026: le norme cambiano, fa fede il testo in vigore. Hai trovato un errore? Segnalalo.
Leggi anche: Come leggere l’etichetta del vino